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La Baguta allegoria nostrana

Da due anni questa antica manifestazione, scomparsa da mezzo secolo, è tornata ad animare le frazioni del paese, portando con sé l’atmosfera di tempi lontani.

L’idea è nata da un corso, organizzato a fine 2009 dall’Amministrazione Comunale di Samolaco, coordinato e guidato dalla Dottoressa e antropologa Michela Zucca nonché
direttore responsabile dell’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco, inserito in un progetto ad ampio raggio denominato “Progetto di valorizzazione turistica culturale del territorio” con lo scopo di far conoscere il territorio comunale, ricco di tradizioni e testimonianze storiche da tempo dimenticate.

Fra queste la “Bagüta”. Forse è bene cominciare con una premessa. Per chi non lo sapesse, la Bagüta è la manifestazione mascherata tradizionale di Samolaco, arcaico rito precristiano della fertilità e del cambiamento di stagione. Una pantomima recitata da personaggi del mondo dell’uomo selvatico che affondano le loro origini nella notte dei tempi e che dopo 50 anni di silenzio assoluto, grazie ad un manipolo di volontari è stata riproposta a Samolaco due volte, rispettivamente a febbraio 2010 e a febbraio 2011. Questa lodevole iniziativa, organizzata attraverso un grande lavoro di ricostruzione antropologica, è stata riadattata e allargata ai turisti e alle donne.

Abbiamo chiesto alla signora Noemi Paggi, che negli anni 50 ha partecipato attivamente all’organizzazione di questa mascherata, di raccontarci i particolari per capire meglio come veniva vissuto questo grande evento dalla comunità di Samolaco. La manifestazione si svolgeva una volta all’anno alternativamente nelle frazioni di S. Pietro ed Era ed era attesa da tutta la popolazione. Ciascun cittadino aveva un ruolo ben definito, sia nella confezione del costume che durante la manifestazione. Le donne si riunivano la sera per realizzare gli abiti e le decorazioni. Si usava quel che si aveva, non c’era abbondanza di stoffe.
Ma quali erano i personaggi della Bagüta ?
La mascherata era costituita da personaggi del mondo misterioso delle comunità rurali. Una ventina di elementi a viso scoperto detti “capi”, con amplissimi copricapo di carta colorata a forma triangolare, ornati da lunghi e variopinti nastri (quelli che le spose portavano il giorno delle nozze) e altrettanti mascherati, detti “schtreveschtìi”. Per quanto possibile la loro identità era sconosciuta a tutti, salvo che ai grandi capi, i tre principali organizzatori e responsabili che segretamente si ritrovavano per pianificare l’evento. La protagonista era la “Bagüta vegia”, la donnaccia che in gioventù “fu di facili costumi e che quel giorno appariva vecchia e decrepita” per cui soggetta a frequenti malori. La “vegia” era un fantoccio sorretto dal “portavegia”, che veniva prontamente soccorso e operato dal dottore insieme al “portacavagn” e al farmacista. All’aprirsi di una piazzola tutta la mascherata si fermava perché la “vegia” si sentiva male. Altri elementi erano le streghe, l’uomo selvatico, i diavoli cornuti e dalle lunghe code, i diavoletti, gli arlecchini, agili, colorati e scattanti che nulla hanno a che fare con la Commedia dell’arte ma rimandano agli spiriti dell’arte selvaggia. In contrasto con la loro agilità c’erano i “bisacot”, grassi e goffi personaggi con campanelli che avanzavano lenti e impacciati. Non mancava poi l’orso, simbolo della natura selvaggia, i cervi, le pecore e il ladro di polli. Chiudevano il corteo i “porta sac”, addetti alla raccolta delle offerte che un tempo consistevano in generi di propria produzione.

Una strana, allegra e chiassosa sfilata che si annunciava attraverso urla, schiamazzi e
dalla musica delle fisarmoniche. La stessa che negli ultimi anni, grazie al progetto di valorizzazione del territorio è tornata ad animare le frazioni del paese, richiamando anche molti turisti.

A cura di Gloria Gerna - foto di Roberto Moiola


 



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Tel. +39 0343 38003
 









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